lunedì 29 giugno 2009

Voti in bollini


Dare zero è come dire: non vali nulla, non conti nulla, non esisti


Ho contato circa 20 comunicazioni sulla valutazione, gli esami di compimento del primo ciclo, la somministrazione della prova nazionale Invalsi: comunicazioni pervenute prima, durante e (si spera di no) dopo. Ognuna contraddittoria rispetto all’immediatamente precedente, per ognuna avremmo dovuto cambiare documento di valutazione, rivedere criteri, rifare scrutini e plenarie.
Altro che ‘ritorno alla serietà’! La scuola italiana pubblica è stata sottoposta, nel corso di quest’anno scolastico, a forme di pressione, disorientamento, svillaneggiamento da parte di ministri della Repubblica, mobbing.
Ma soffermiamoci sulla valutazione, punto cardine dello smantellamento Gelmini Tremonti Brunetta.
Una premessa: un tale furore incendiario contro la scuola del paese non si spiega soltanto con il neoliberismo, la scelta di privilegiare in tutte le forme possibili la scuola privata, gli obiettivi di Lisbona (!), i tagli e le razionalizzazioni in ossequio ai dettami dei poteri forti del paese e per mantenere privilegi in ben altri settori, la conclamata ‘sussidiarietà’ ( cioè l’abbandono di ognuno alle forze e alle derive del mercato), la lotta pervicace alla ‘scuola del ‘68’.
C’è, bensì, qualcosa di più profondo: qualcosa di torbido, un odio archetipico verso la cultura, la formazione egualitaria, una viscerale avversione verso la parità di opportunità, un’invidia maturata nel corso della propria storia di formazione verso chi, nonostante condizioni di partenza avverse, ha l’opportunità di un miglioramento, che la scuola nel suo percorso secolare ha ( non sempre e non per tutti) consentito.
Non si spiega altrimenti in relazione a quali criteri un diciassettenne straniero, approdato in Italia dopo mille peripezie e rischi, perdendo per strada la famiglia, completamente spaesato, con grosse difficoltà linguistiche e comunicative, dopo esser stato indirizzato in un istituto tecnico… sia stato BOCCIATO con ZERO IN ITALIANO. L’azione orientativa e ri-orientativa della scuola quale è stata? Quale ‘passerella’ si è pensato di istituire? Quali interventi di recupero sono stati effettuati? Quali informazioni sono state date circa le alternative possibili ( il ritiro entro marzo, ad es.;)?
Dare zero è come dire. NON VALI NULLA, NON CONTI NULLA, NON ESISTI.
Effetto questo, di un’adesione incondizionata di dirigenti scolastici e docenti di tutti gli ordini di scuola (molto meno, per fortuna, nella primaria, ma anche qui ci sono state votazioni sanzionatorie e penalizzanti in corso d’anno in diverse situazioni) alla ‘semplificazione e al ‘rigore’ invocati da Gelmini ( gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: una scuola secondaria di primo grado di Treviso ha bocciato 50 alunni).
Dovremo modificare la terminologia, il ‘pedagogichese’ aborrito dall’establishment: parlare di ‘Svalutazione’, di ‘DEformazione’, di ‘DEmotivazione’, di ‘IRrecupero’= ‘perdita’, di ‘Scompensazione delle condizioni di partenza’, di ‘INsuccesso formativo’, di ‘INcultura’ come criteri guida dell’azione pedagogica ( ma quale pedagogia? una ‘pedagogia nera’ come la definiva Alice Miller in ‘La persecuzione del bambino’).
Questi nostri legislatori e i loro esecutori ( ‘vestali della classe media’ erano definiti un tempo) sono affascinati da un uso punitivo e discriminatorio della prassi valutativa.
‘Oggi anche l’operaio vuole il figlio dottore e pensi che roba ne può venir fuori’, cantava il compianto Ivan Della Mea.
Il dieci con lode in compenso, pensato quale premio additivo per le ‘eccellenze’, non può essere attribuito in quanto non è entrato in vigore lo schema di regolamento votato dal Consiglio dei ministri il 28 maggio. Lo abbiamo saputo il 25 giugno, quando ormai oltre metà Italia avrà concluso gli scrutini finali, con questa brillante comunicazione: ‘...é stata tolta nella parte in cui si devono riportare le votazioni di licenza la dicitura “dieci e lode”. Infatti, come è noto, mentre il Regolamento in applicazione dal prossimo anno scolastico introduce la possibilità di assegnare la lode agli alunni particolarmente meritevoli che conseguiranno la votazione di 10 decimi, le norme vigenti per questo a.s. non lo prevedono’.
Non se ne sentirà la mancanza: i ragazzi sono talmente bombardati di stimoli, lusinghe, iperprotezioni, modelli di carrierismo, stimoli all’anticipazione, che solo la lode mancava!
Intanto, si deve sentir affermare da un alunno durante un ‘colloquio pluridisciplinare’, che dei due modelli di sviluppo che si sono fronteggiati nel ‘900, quello del ‘libero mercato’ è volto alla protezione dei bisogni e dei diritti degli individui. Nel silenzio-assenso dell’intero consiglio di classe. Voto finale: 10 ( senza la lode...peccato!).
Intanto, nelle scuole abbiamo visto la confusione più totale, chi scaricava la bozza di dicembre pensando fosse l’ultima, chi adottava modelli di certificazione delle competenze con voto numerico e sulla base di un mero elenco delle discipline contrabbandato come ‘competenze’, il solito ricorso al ‘fai da te’, l’indicazione mistificatoria anche alla scuola primaria, in assenza di un modello di certificazione che invano da almeno un decennio, dall’uscita del regolamento dell’autonomia, si attende, e che di anno in anno si rinvia, di adottare provvisoriamente ‘il modello dello scorso anno’ ( che non c’era, non essendo ancora normata l’estensione agli alunni di quinta di tale strumento, per sua intrinseca natura, comunque, descrittivo e non numerico).
Un effetto, comunque, il Regolamento, pur se non ancora in vigore, lo ha avuto: mentre nello schema circolato a dicembre si indicava che le prove nazionali per gli alunni stranieri potevano essere differenziate, e anche la valutazione complessiva doveva tener conto dei loro punti di partenza, delle potenzialità e degli ostacoli, tale dicitura è completamente scomparsa nello schema di maggio, e anche in questo caso le scuole hanno ‘liberamente’ adattato e interpretato. Certo il testo di Buzzati e anche il testo informativo non erano semplici per alunni cinesi, albanesi, marocchini, anche se non al loro primo anno; ma l’adozione di misure alternative è prevista solo per l’handicap, la dislessia, i disturbi di apprendimento ( purché ‘specifici’: quelli che oggi i neuropsichiatri ‘curano’ con il Rittalin o altri farmaci).

L’anno che si è concluso costituisce una pietra miliare nella storia della scuola italiana. Sarà purtroppo anche l’ultimo in cui le risorse di un istituto consentiranno forme di valorizzazione, arricchimento culturale, attività di laboratorio e di ricerca, piccoli gruppi, progetti. Con il prossimo comincia il tramonto, la scomposizione, gli orari frammentati, i tempi brevi, la ‘semplicità’ del bel tempo che fu. Quindi, un’ulteriore stretta sui voti, per chi ‘non ci arriva’. L’anno prossimo sarà peggio, con classi numerose, insegnanti frustrati dal mettere pezze di qua e di là per coprire buchi orari, con problemi sempre nuovi di famiglie e alunni con bisogni formativi nuovi e vecchi che non si riuscirà a soddisfare.

Per questo mi sento trattato da ‘pirla’: perché il sistema che si è messo in atto mi disgusta e mi produce avversione, mentre ad altri piace proprio. E’ un sistema che premia il conformismo e la pochezza culturale, la piattezza e l’assuefazione al ‘massaggio’ dei cervelli operato dal controllo mediatico.
E’ un sistema sempre più deprivato, neutro, poco costoso, inefficace, che chiede poco e dà poco: una ‘macchina del vuoto’, per citare un’altra pietra miliare dell’avventura pedagogica iniziata quasi quarant’anni fa.
Per favore, chi è vicino alla ministra le dica che non si fa così, che un tale disamore e una tale avversione per la scuola e la cultura non fanno il bene della nazione, che lei ha giurato sulla Costituzione, che si dimetta se la scuola non le piace; che lasci il campo a qualche ex democristiano, di quelli tutti d’un pezzo che, almeno, la scuola la conoscevano.
Di fronte all’alunna cinese chiusa in un mutismo ostinato, a cui evidentemente i genitori, per timore di ‘invasioni’ hanno ordinato di non rispondere a nessuna domanda sul suo futuro durante il colloquio, e lei ha esteso tale ordine a tutto l’ambito delle possibili domande, aveva senso fermarsi a parlare di voti, di ‘eccellenza’ ( di chi? di chi non vede la sua esistenza sottoposta a continui cambiamenti, alla precarietà del domani), di media delle prove Invalsi? La tensione e la rabbia della ragazzina a un certo momento sono talmente aumentate che, perfino quando la prof di una disciplina le ha comunicato che nello scritto le ha dato 9, lei ha avuto uno scatto e ha gridato: -No!-
Quel ‘no’ pesa come un macigno sui vostri numeri, ne invalida completamente senso e valore.
Ministra, a lei non è mai successo che un evento imprevisto l’ha colta di sorpresa, le ha scombinato un progetto, una prospettiva, l’ha trovata impreparata? Pensa che sancire con un numero tale spaesamento sia il modo più giusto di affrontarlo? Pensa davvero che il valore di una persona, la sua storia, cultura, memoria, identità, si ‘pesino’ coi numeri?
Ha consegnato alla scuola- e alla storia- un messaggio che mai avremmo voluto sentire da un ministro di questa repubblica: si può fare di meno, si può fare meno ‘fatica’ a insegnare e valutare, si può fare lo stesso con molte meno risorse, vale la pena di impegnarsi ‘solo’ coi ‘capaci e meritevoli’ ( nel senso di chi appartiene a un censo, a una classe, a un livello sociale, a un ambiente già di per sé ‘fornito’).
P.P.S.S. E se aprissimo l’anno tutti col cartellino giallo in bella evidenza?

Giancarlo Cavinato

lunedì 15 dicembre 2008

Stop and go - Mezzo pieno, tanto vuoto


Il giorno prima dello sciopero, sulla scia di un dissenso che ha percorso scuole e piazze d’Italia si è aperto un tavolo di confronto e trattativa tra Governo e Sindacati sulle misure che hanno precipitato la scuola italiana in uno stato confusionale.
Ed ora che cosa succederà? Continuano a chiedere genitori, dirigenti e insegnanti.
Le risposte non sono univoche, si continua a giocare con le parole, a seminare inganni cambiando disposizioni ogni settimana.
Il verbale dell’incontro dice alcune cose che non possono che far piacere a chi in questi mesi ha cercato di contrastare la distruzione della qualità e del tempo della scuola pubblica.
Dunque, nella scuola dell’infanzia l’orario non sarà solo antimeridiano: bisognerà garantire un tempo di 40 ore con due insegnanti per sezione.
Nella scuola primaria ci sarà la possibilità di articolare il tempo scuola in 24-27-30 e 40 ore settimanali.
Alle famiglie che sceglieranno il tempo pieno saranno assegnati due insegnanti per classe.
Anche nella secondaria di primo grado si potrà prevedere un tempo “normale” di 30 ore e un tempo prolungato di 36 o 40 ore.
Così com’è ora ogni docente di sostegno avrà il compito di seguire l’integrazione di due alunni diversamente abili.
I piani di ristrutturazione della secondaria superiore, nonostante l’inutile rinvio delle iscrizioni al 28 febbraio, non saranno attuati dall’anno prossimo, ma dal 2010, così come i tagli alle piccole scuole…
Lo STOP ai piani governativi è negato in ogni telegiornale, ma è nei fatti.
Questa pervicace negazione è un segno di un’arroganza politica che ci comunica che non c’è alcun ravvedimento, nessuna intenzione di cambiar rotta; ci dice che il Ministro, nonostante le crepe nella sua stessa maggioranza (sotto gli occhi di tutti con le conclusioni della VII Commissione presieduta dall’On. Aprea), vuole continuare a “riformare a modo suo” la scuola di base, quella che funziona meglio. E infatti ribadisce la fine della scuola del team insegnante e l’attuazione del modello di insegnante unico.
Ora l’azione collettiva di contrasto si sposta sul terreno dei regolamenti, e nelle scuole, nei territori: occorrerà una vasta azione di monitoraggio e di creatività per render l’Autonomia scolastica uno strumento in grado di far navigare la scuola in questo mare di confusione.
Bisognerà chiamare i comitati dei genitori a richiedere con forza i modelli di scuola più adatti a garantire la qualità degli apprendimenti: ad es. se salteranno compresenze e coordinamenti sarà doposcuola, e non più tempo pieno. E se la coperta delle risorse sarà accorciata; se le domande di tempo scuola saranno eccedenti, che accadrà? Il diritto allo studio sarà ancora garantito come vuole la Costituzione per tutti? Se alcune scuole si metteranno sulla via di decidere “a chi dare la precedenza” nell’accesso al tempo pieno, come potremo parlare di uguaglianza se quel diritto ad alcuni sarà concesso e ad altri negato?
Per questo chiamiamo tutto il mondo scolastico a proseguire nell’opera di mobilitazione iniziata.
Per riaprire una speranza di futuro per le giovani generazioni bisogna che le scuole rimangano aperte confronto, al dibattito, ad un dialogo che insegni a distinguere, a riconoscere la buona scuola.
Vogliamo che il mondo scolastico si interroghi anche su quello che nel piano programmatico della scuola viene taciuto: dove sono i provvedimenti per l’estensione dell’obbligo scolastico fino a 16 anni? Dove si andrà con una riforma delle superiori che strizza l’occhio alla riedizione del doppio canale di morattiana memoria? Che si farà per contrastare la dispersione scolastica? E che ne sarà dei Centri per l’educazione degli adulti, e degli insegnanti che attivano corsi di alfabetizzazione linguistica per migranti?
Nulla si sa, e poco si spera.
Nonostante questo parziale stop, il pensiero unico economico, da cui è nata quest’operazione è tutt’altro che sconfitto: l’idea di tagliare gli investimenti sulla qualità della scuola, di rubare il futuro dei bambini, togliendo loro insegnanti e tempo è sempre all’opera.
Sta alle associazioni professionali e ai sindacati, ai docenti e agli studenti, alle famiglie e alle scuole continuare a vigilare sui prossimi regolamenti attuativi per continuare a rivendicare un modello di scuola inclusivo e di qualità.

sabato 4 ottobre 2008

NO CLASSI-GHETTO


In Senato e alla Camera, la Lega Nord (e non sola) ha presentato proposte per l’istituzione di classi-ponte per ragazzi che arrivano nel nostro Paese, e come prescrive la carta dei diritti del bambino, vengono iscritti a scuola, ovviamente, senza dover conoscere preventivamente la lingua italiana.
Lo scopo di formare classi separate, frequentate da portatori di lingue diverse fra loro (slave, turche, arabe, africane, asiatiche…sono molte le nazionalità presenti nelle nostre scuole) non sembra affatto quello dichiarato di una rapida ed efficace alfabetizzazione.
L’effetto collaterale voluto è ritornare alle classi differenziali producendo separazione, esclusione, espulsione di quanti sono “diversi”.
Si vuole infatti ignorare che parlare e scrivere i propri pensieri in un’altra lingua avviene nel modo più naturale per via diretta (full immersion) in condizioni dialoganti, capaci di ridare senso all’apprendimento che si sta proponendo.
Si vuole ignorare che mettere insieme bambini di sesso diverso, di età diverse, di colore diverso, di diverse provenienze linguistiche, culturali, sociali e religiose è la strada più bella (e consolidata) per contribuire a creare un mondo nuovo, capace di scambio, rispetto, convivenza.
Le classi-ponte (frutto della malafede di chi soffia sulle paure e sui fantasmi etnico-culturali) sono candidate a divenire classi-ghetto: finiranno per bloccare ogni sforzo di inter-azione da ambo le parti, fino a generare l’opposto dell’integrazione che dicono di volere, cioè mostri di odio e intolleranza, e conflitti.

martedì 16 settembre 2008

Il primo giorno di scuola



Il primo giorno di scuola, dell’anno scolastico 2008/09 ha un doppio aspetto.
Da un lato si apre con la faccia gioiosa di insegnanti che accolgono i nuovi alunni e salutano quelli che rivedono dopo il periodo delle vacanze. Tuttavia in ogni paese, in ogni città , in ogni muro si leggono i cartelli che protestano contro le misure del nuovo Ministro dell’istruzione, che con il decreto 137 propone decurtazioni del tempo della scuola, e dell’offerta formativa; del numero degli insegnanti, e del sostegno agli alunni diversamente abili; e minaccia, con il rientro dei voti una nuova ondata di selezione.

UNICO
mi sembra la parola più usata, una parola che è anche chiave per leggere il pensiero di questi nostri governanti.
Unico, ovvero irripetibile, non simile ad alcun altro, non confrontabile.
Parola in voga in una società di figli unici, di uomini e donne single.
Essere unici, un mito che sembra sostenere identità fragili , bisognose di omologarsi ma contemporaneamente di distinguersi .
Poi ci si accorge che sotto il desiderio di essere troppo unici, si nasconde una impossibilità a credersi simili agli altri, cioè diversi ma uguali quanto basta per aver con loro delle relazioni (umane, professionali, affettive..) .
Unici, un corollario del voler essere sempre primi…
Isolati e soli come i numeri primi, come nella metafora usata dal bel libro di P. Giordano: il quale ci racconta come di unicità e solitudine si può morire…
Ma crescere è un continuo frutto di scambio di relazione, di attaccamenti e distacchi, di identificazioni personali e sociali, di apprendimenti alla socialità e alla cooperazione.
Si è iniziato a parlare, a consigliare l’uso del grembiule, come una protezione dai laboratori di pittura…Ma quando i principi di eguaglianza si vestono con divise, viene il pensiero che si miri a mettere tutti, allievi, maestri e accudenti in uniforme.
Un pensiero fastidioso , che sarebbe potuto tramontare se non avessimo riconosciuto subito dopo un analogo intento nella proposta di un insegnante unico per classe.
A esplicitare meglio il pensiero è arrivata una nota di agenzia che attribuisce a un ministro la declinazione : a un maestro è stato avvicinato un libro e un voto.
Quello che manca a completare la declinazione …. Lo immaginiamo tutti.
Pensieri semplificatori in epoche in cui la complessità del vivere ci indurrebbe a pensare al presente e al futuro della nostra scuola con qualche coraggio, con qualche nuova idea.
Che per esempio i nostri ragazzi, più ancora di noi, vivranno gli Uni accanto agli Altri , ed è questo che la scuola della costituzione dovrebbe insegnare.
Domenico Canciani